Il popolo estinto: storia e misteri degli antichi Cicolani

L’Italia è stata ricca di popolazioni diverse che l’hanno abitata. Nel nord, nel sud, nelle zone alle estremità della penisola, si sono avvicendate contaminazioni etniche di vario genere. Nel nostro paese però sono esistite ed esistono anche differenze etniche interne e millenarie. Popolazioni più antiche di quelle originate dalla dominazione romana, di cui sappiamo che esistono ancora oggi, integre ed incontaminate, ma sempre più esigue e oramai avviate verso l’estinzione. Questo è ad esempio il caso del popolo Cicolano. La regione chiamata “Cicolano” sorge nel cuore selvatico dell’Italia, nelle montagne a ridosso tra Lazio ed Abruzzo, comprendente una zona delimitata dai comuni tra Avezzano e Rieti di Pescorocchiano, Carsoli, Borgo San Pietro e Torano. I cicolani, chiamati anticamente “Equi” o “Equicoli” (da cui deriva “Cicoli”, quindi “cicolani”) abitavano le valli dell’Aniene, del Turano e del Salto da prima dell’espansione romana.

Popolazioni centro italiche preromane, tra cui gli Aequi (Equi/Equicoli)

Abbiamo intervistano il professor Marino Nicolai, cicolano e studioso del Cicolano, che ci ha raccontato le incredibili particolarità di un popolo, e una terra, rimasti incontaminati per millenni.

Marino Nicolai

“La storia del Cicolano è una storia antichissima. Gli antiqui Equi erano una popolazione italica che abitava un territorio inizialmente molto vasto, compreso tra le valli dell’Aniene, del Turano e del Salto.

La storia degli Equi affonda nei millenni, è quasi impossibile avere tracce delle origini primordiali. Sappiamo che i romani li sottomisero nel 304 a.C., ma il Cicolano rimase una zona etnicamente incontaminata. Noi nel Cicolano siamo sempre stati considerati una subregione, per la nostra antica particolarità culturale che non appartiene né al Lazio né all’Abruzzo. lI nostro popolo non ha mai avuto un grande centro di aggregazione, era una popolazione basata sulla transumanza verticale, che alternava periodi a valle a periodi in montagna, per questo è sempre stata polverizzata in molti piccoli centri in pianura ed in altura. Dopo la conquista romana i due maggiori centri erano Nece e Cliternia, ma erano entrambe cittadine di poche centinaia di abitanti. Anche Virgilio parla degli Equi nel Sesto Canto dell’Eneide, il Poeta descrive queste genti come una società guerriera, che lavorava i campi armata.

Dopo la conquista romana, la Gens Claudia e la Gens Fabia si occuparono di amministrare questa zona.”

Tumulo di Corvaro

“Quali erano i tratti caratteristici dell’antica cultura degli Equi? Quali testimonianze ne abbiamo?”

“Esiste il famoso Tumulo di Corvaro. Si tratta non di un solo sepolcro, ma di un insieme di tombe appartenenti a molte epoche, sia romana che preromana. Si tratta di una struttura ampia più di 50 metri, è la più grande struttura funeraria preromana d’Europa, contiene oltre 300 sepolcri. In località Civitella di Pescorocchiano esiste un antico tempio equo ben conservato, sulle cui mura è inciso un grande simbolo fallico, mentre nel tempio di Sant’Erasmo sono stati rinvenuti degli ex voto, ovvero delle statuette che raffiguravano organi come falli, uteri, fegati. Il culto degli equi era un culto arcaico, di tipo augurale, che si manifestava nella richiesta di favori alle divinità, cura e protezione dai malanni del corpo. Altra caratteristica è la presenza di armi all’interno delle tombe, che testimonia la connotazione guerriera della società. Della lingua degli equicoli non si sa quasi nulla, pare che fosse di natura osco-umbra. Non abbiamo testimonianze scritte a parte una lettera “A” iscritta in un tempio in località Sant’Angelo di Civitella, purtroppo quella A in caratteri latini è l’unica testimonianza che possediamo sulla loro lingua.”

“Si tratta tuttavia di un popolo che ha avuto anche delle contaminazioni”

“I romani costruirono cittadine come Alba Fucens, al confine con la Marsica abruzzese, come un centro di smistamento delle merci che arrivavano in Italia. Addirittura da queste parti sono state trovate delle ceramiche africane provenienti da scambi commerciali con le colonie. La società equicola era più arretrata di quella romana, tuttavia i romani copiarono una cosa appartenente alla cultura equicola: il diritto feziale, che era la consuetudine di dichiarare guerra prima di cominciarla. È certo che il diritto feziale fosse un’usanza degli equicoli poi importata dai romani. Tale usanza dimostra anche una notevole codificazione della guerra, che conferma che la società del Cicolano preromano fosse una società fondamentalmente guerriera. Lo stesso Virgilio scrive di un re equicolo di nome Ufente, sotto cui all’occorrenza si riuniva tutta la popolazione, quindi si trattava di una società compatta nonostante la mancanza di centri urbani sviluppati. Le scoperte in tal senso da parte degli archeologi proseguono costantemente: negli anni ’60 il re del Belgio Baldovino, appassionato di archeologia, veniva in incognito nel Cicolano ad assistere agli scavi.”

Santa Anatolia (sinistra) e Santa Vittoria

“Il Cicolano è anche un luogo di santi e di misteri ancora irrisolti…”

“Basti pensare alla mitica città di Tiora Matiene, che tutti cercano da secoli e nessuno ha ancora trovato. Pare che questa sia la città dove è stata martirizzata Santa Anatolia, una santa molto amata e rispettata nel Cicolano. Dioniso di Alicarnasso dice che Tiora Matiene si trova a 300 stati da Rieti, ovvero 60 chilometri. Tuttavia non sono ancora state trovate testimonianze certe: alcuni dicono sia nei pressi dell’attuale Torano, altri invece dell’attuale Cartore (da “Castrum Torae”), altri che sia nei pressi dell’attuale paese di Sant’Anatolia. Il culto di Sant’Anatolia è anche molto misterioso. Nella località chiamata Ara della Turchetta, sempre a Sant’Anatolia, è stato individuato un antichissimo oracolo di un sacerdote che vaticinava il futuro attraverso un picchio, infatti la Valle del Salto dai romani veniva chiamata Valle Oracula. Riti cristiani si sovrappongono abbondantemente a precedenti ritualità pagane, romane e addirittura preromane.

Riguardo Santa Anatolia, in un antico martirologio si dice che lei fu arrestata e che fu incaricato della sua uccisione un marso (Marsica, regione confinante col Cicolano) addomesticatore di serpenti. Il pensiero va immediatamente ai culti augurali preromani sulle figure falliche, che sono tradizionalmente rappresentate dai serpenti. Infatti proprio a Cocullo, nella Marsica, esiste il particolarissimo rito della Processione di San Domenico il 1 maggio, chiamata anche “Festa dei Serpari”, in cui la popolazione locale va nei boschi a raccogliere serpenti e li appoggia sulla statua di San Domenico mentre questa sfila in processione. Anche qui impossibile non pensare ai culti pagani precristiani. Cicolani e Marsi sono stati da sempre in contatto sociale e culturale stretto e diretto.”

Durante la così detta Festa dei Serpari, la Statua di San Domenico viene portata in processione e ricoperta di serpenti

Anche in una precedente intervista ad una anziana signora cicolana di Sant’Agapito (frazione di Fiamignano) ci era capitato di sentire racconti circa la frequenza dei serpenti nell’immaginario collettivo locale.

Nella minuscola Sant’Agapito infatti una antica tradizione vuole che i serpenti entrino nottetempo dalle finestre nelle case delle madri che hanno appena partorito e, mentre queste dormono, succhiano loro il latte dalle mammelle, vuotandole e causando la malnutrizione dell’infante. Secondo la leggenda santagapitese i serpenti restano poi nella stessa casa, nascosti dietro i quadri raffiguranti la Madonna. Una miscela molto suggestiva di pagano e cristiano, in una simbologia che riporta immagini di carnalità (il serpente, il succhiare il latte dalle mammelle della donna dormiente) e altre di religione (i quadri della Madonna) che lasciamo interpretare ad etnologi e psicologi.

L’Altopiano di Rascìno

Un’altra leggenda fiamignanese riguarda il Lago di Rascìno: si narra che in antichità un contadino stesse trebbiando il grano con dei cavalli (un’antica procedura che consisteva nel disporre il grano a terra e farlo pestare dagli equini) nel giorno di Ferragosto, festa sacra per l’agricoltura, quindi il terreno si aprì e inghiottì il contadino assieme ai suoi cavalli, punendolo per aver profanato il giorno festivo; e in seguito la voragine rimasta nel terreno si sarebbe riempita di pioggia diventando il Lago di Rascìno. Secondo la leggenda ancora oggi nel giorno di Ferragosto si possono udire, provenienti dal lago, i nitriti dei cavalli inghiottiti dall’Altopiano di Rascìno a causa dell’inosservanza del contadino verso l’antichissima festività. Una leggenda che dimostra come sia rimasta viva nei millenni un’interpretazione pagana degli elementi: la terra, l’altopiano di Rascìno, è una vera e propria entità senziente in grado di prendere decisioni e “punire” coloro che la profanano. Proprio come fosse una dea della mitologia greca. Possiamo anche suggerire un’ulteriore visione: le zone montuose appenniniche tra Lazio e Abruzzo sono da sempre aree soggette a terremoti. Se le origini leggendarie del lago di Rascìno ci confermano che i fenomeni legati alla terra possono essere interpretati dai locali in senso punitivo, possiamo pensare che tali credenze siano influenzate anche dagli eventi sismici di cui il territorio è teatro.

Ma la leggenda dei serpenti che succhiano in latte alle madri dormienti per poi nascondersi dietro i quadri della Madonna non è l’unico retaggio che testimonia un substrato ancestrale nella tradizione religiosa del Cicolano.

Il Lago artificiale del Salto, punto di riferimento geografico dell’attuale Cicolano

“Il convento di San Leopardo di Borgorose è stato costruito su un imponente struttura di mura poligonali tipiche del Cicolano, che prima ospitavano un tempio della dea Diana. Come dicevamo prima il Cicolano è sempre stato un territorio urbanisticamente polverizzato in moltissimi piccoli centri, per questo resistette anche agli incastellamenti del Medioevo. I primi a cristianizzare la zona furono i benedettini, costruendo molte particolari chiese fattoriali immerse nella campagna, che non si rivolgevano a un centro abitato ma appunto erano costruite lungo i percorsi della transumanza verticale, per intercettare i locali durante i loro tragitti. Durante il medioevo questa fu anche un’area governata dai longobardi, che hanno lasciato enormi testimonianze e importato molti culti cristiani, come ad esempio quello di San Sabino presente a Castel Menardo. A Torano invece gli agostiniani hanno introdotto il culto di San Nicola, per festeggiare il quale la tradizione vuole che vengano sfornati dei piccoli pani fatti con farina ed acqua che noi chiamiamo “panette”, che non vengono mangiati ma vengono lasciati indurire e conservati in casa come augurio contro le malattie. Oppure, nelle estati secche, vengono esposti sul davanzale della finestra per augurare la pioggia, poiché San Nicola è anche il patrono dei temporali e della pioggia. Anche qui è evidente un retaggio pagano-materialistico. A Corvaro esiste invece il culto del Cappuccio di San Francesco. Il Cicolano ha ospitato e visto transitare anche il Santo di Assisi, che secondo la leggenda ha lasciato a Corvaro il proprio cappuccio, che viene portato in processione nella prima domenica dopo Pasqua.

Il Cicolano ha dato al cristianesimo  3 sante, oltre che numerose figure religiose: Santa Chelidonia, Santa Anatolia e Santa Filippa. Anche il culto di Santa Filippa è molto sentito: il convento che ospitava le sue reliquie a Borgo San Pietro è stato sepolto dall’acqua assieme a tutto il paese negli anni ’40 con la creazione della Diga del Salto, che ha creato il Lago artificiale del Salto. Ma l’intera cappella del convento di Santa Filippa è stata smontata e integralmente rimontata in un nuovo convento edificato a Borgo San Pietro nuovo, costruito ai piedi del lago. Santa Filippa e Santa Chelidonia erano eremite, il Cicolano è anche un’area di grande tradizione eremitica, con numerosi eremi.

Suggestiva foto d’epoca che ritrae il campanile di Borgo San Pietro vecchio che sorge dalle acque del Lago artificiale del Salto

Una leggenda molto affascinante riguarda anche il Convento di San Giovanni, nella Val dei Varri, convento in cui ha passato gli ultimi anni Tommaso da Celano, compagno e biografo di San Francesco ed autore del famosissimo canto gregoriano Dies Irae.

Il Velo della Veronica dipinto da Hans Memling (1433)

Una fonte del ‘700 riporta come nel 1527, durante il Sacco di Roma da parte dei lanzichenecchi, la mitica reliquia chiamata Velo della Veronica, ovvero il velo sul quale sarebbe impresso il vero volto di Cristo, fu portata inizialmente in salvo da Roma al convento di Val dei Varri, ma nello stesso anno una spedizione dei lanzichenecchi raggiunse appositamente il convento, lo saccheggiò e lo distrusse, senza riservare la stessa sorte ad altri conventi sulla strada. Stavano forse cercando il Velo della Veronica che era ivi custodito? Non so se crederci, ma è un’idea suggestiva.”

La Val de’ Varri, che ospitava l’antico monastero di San Giovanni

“Le contaminazioni culturali del Cicolano si vedono anche nella lingua…”

“Nel dialetto cicolano esistono molti termini di derivazione latina, longobarda, francese, spagnola, greca.

Noi per pulire il camino usiamo un particolare strumento che consiste in un bastone con un panno all’estremità: questo strumento lo chiamiamo Mannìu, che deriva dal latino “Mondo, mondare”, cioè pulire. La magiatoia per gli animali noi la chiamiamo “scifu”, che deriva dal greco “skifos”, cioè “coppa”.

Quando si vuole “minacciare” scherzosamente qualcuno, si dice “ti faccio lutomia”, “lutomia” in greco significa “cava di pietra”, come a voler dire che il malcapitato viene spaccato in tanti pezzetti.

Usiamo anche il termine “cica” per indicare una piccola bambina graziosa, evidente influenza spagnola, oppure diciamo “citola” per indicare una cosa minuta e piccola, dal latino “cella”.

Quando una persona sgattaiola via senza farsi vedere, noi usiamo il termine “furuni”, dal latino fur cioè “ladro”. Per indicare una strada di campagna noi diciamo “ruarella”, dal francese “route”, cioè strada.

Il capo brigante cicolano Berardino Viola

“Prima parlavano del complesso discorso sull’etnia dei cicolani…”

“Sicuramente possiamo dire che i cicolani hanno un elevato tasso di incontaminazione etnica, perché dalla conquista romana in poi si sono tutti ritirati e racchiusi nella sola Valle del Salto dove sono esistiti per secoli senza particolari invasioni, immigrazioni o contaminazioni esterne.

Tuttavia in una mia ricerca sul brigantaggio nel 1860 ho scoperto a tal proposito che la zona di Pescorocchiano ha dato i natali a due briganti filoborbonici gitani, a testimonianza della presenza di zingari nella zona.

Oppure basti pensare all’attuale paese di Radicaro, che prese questo nome solamente negli anni del fascismo. Prima si chiamava Colle Giudeo, perché nel ‘700 fu fondato da alcuni immigrati ebrei. Ovviamente col fascismo il nome fu cambiato.”

Rarissima foto del capo brigante cicolano Berardino Viola (a sinistra) arrestato e in ceppi

“Cicolano e brigantaggio, un binomio molto solido”

“Le nostre zone sono sempre state filo borboniche, esistevano vere e proprie bande di contadini civili che si univano volontariamente ai briganti e ai soldati borbonici. Anche i signorotti della zona erano tutti nelle grazie dei borbonici che volevano tenerseli buoni poiché il Cicolano era terra di confine con lo Stato Pontificio. Nelle mie ricerche ho documentato un fatto emblematico: membri della filopiemontese guardia nazionale di Antrodoco vennero inviato nel Cicolano per reprimere alcuni moti di ribellione, ma appena arrivati a Torano furono bersagliati da schioppettate e attacchi vari finché non furono costretti a fuggire, non prima che uno di loro rimanesse ucciso. Questo la dice lunga sull’umore che i cicolani nutrivano verso i piemontesi. D’altronde qui è esistita la figura semi leggendaria di Berardino Viola, un importante capo-brigante postunitario che aveva riunito sotto il suo comando un grande numero di piccole bande e con esse si dedicava a rapine e sequestri. Quindi il Cicolano e la Marsica sono sempre state zone di brigantaggio. Talmente era reale tale fenomeno che furono inviati qui per tre anni gli uomini del distaccamento Bersaglieri di Napoli, specializzati nella caccia ai briganti. Nel fascismo e negli anni della guerra non si registrano eventi storici particolari qui. Ma il Cicolano è stato anche una terra di numerosi partigiani o fiancheggiatori di essi. Ricordare ad esempio Cleonice Tomassetti, cicolana emigrata però in Piemonte, che divenne partigiana e fu fucilata dai nazisti.”

Cleonice Tomassetti, partigiana cicolana fucilata dai nazisti in Piemonte

“E ora lo spopolamento e l’estinzione incombe sul Cicolano…”

Negli anni ’40 e ’50 il Cicolano toccò i suoi massimi picchi nel numero di abitanti, poi iniziò il lento declino.

Semplicemente perché  dagli anni ’50 in poi smise di funzionare l’agricoltura di sussistenza che aveva permesso ai cicolani di sopravvivere per millenni. Le sempre maggiori esigenze economiche, e anche le nuove opportunità, spinsero i cicolani ad emigrare permanentemente. Il Cicolano in passato era stato al centro di un grande fenomeno di emigrazione temporanea nel 1903-15, gente che andava 1 o 2 anni in Argentina o in America e dopo tornava a casa. Ma dagli anni ’50 iniziarono tutti ad emigrare permanentemente e in modo massiccio. Basti pensare che la più grande comunità di emigrati cicolani si trova a Rosario, in Argentina.

L’antico borgo di Fontefredda con il Lago del Salto sullo sfondo; Fontefredda è oramai spopolato e abbandonato da molti decenni

“Quale futuro per il Cicolano?”

“Vedo avviato un futuro di estinzione: la fine dell’agricoltura di sussistenza ha portato alla fine della dimensione agricola, che era la cosa che teneva in vita il nostro impervio territorio. Il Cicolano è ora drammaticamente spopolato, ad abitarlo sono rimasti pochi vecchi i cui figli appena possibile si trasferiranno altrove. Con la morte dei vecchi, i giovani non conosceranno più la cultura del territorio, non saranno più parte di essa se non a un livello folclorico, e quindi moriranno tutte le tradizioni. La vita è cambiata, i ritmi sono molto diversi: in passato c’era una differenza infinita tra le modalità della vita in campagna e quelle in città, anche nel Cicolano. Ora invece anche coloro che vivono in campagna vivono in modo cittadino, schematico, frenetico.

La tradizione antica morirà perché nessuno la vivrà più nel profondo, se non nel migliore dei casi ad un livello turistico o folclorico. Finché sopravviveva l’agricoltura di sussistenza con cui ognuno utilizzava i propri prodotti per sostentarsi, sopravvivevano anche tutte le tradizioni che ruotavano attorno alla vita agreste. Il futuro sarà la morte delle tradizioni.”

Rara foto d’epoca di donne di una famiglia cicolana. Al collo si possono notare pregiate collane di coralli, gioiello caratteristico della zona.

-Intervista a Marino Nicolai di Nicolò Rinaldi di Federico

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